L’affidamento condiviso paritario comporta anche il mantenimento diretto da parte di ciascun genitore quando tiene con sé il piccolo

Il Tribunale di Lecce, con la sentenza numero 2000/2017 (qui sotto allegata), ha per la prima volta riconosciuto l’affidamento condiviso paritario dei minori di una coppia, nell’ambito di un giudizio di separazione.
Il giudice, in particolare, dopo aver accertato che tra i coniugi era cessata qualsivoglia comunione materiale e spirituale e che la convivenza tra i due era pertanto divenuta intollerabile, ha omologato le condizioni stabilite tra gli ex, che, con riferimento al figlio minore, si erano orientati verso una permanenza equilibrata del piccolo con il padre e con la madre

Affidamento condiviso paritario
Sulla scia di un’interpretazione dell’affidamento condiviso che sta prendendo sempre più piede (in quanto considerata maggiormente corrispondente al dettato normativo) e che è stata recepita da alcuni Tribunali anche formalmente con la predisposizione di apposite linee guida (leggi: “Affido condiviso: addio al collocamento prevalente” e “Affido condiviso: anche il tribunale di Salerno dice addio al genitore collocatario”), i due coniugi, nel caso di specie, hanno infatti stabilito che il figlio sarà domiciliato presso entrambi e potrà frequentarli liberamente secondo le proprie esigenze e in accordo con gli stessi.
In difetto di accordo, il piccolo trascorrerà dal lunedì al giovedì sino all’uscita di scuola con un genitore e dal giovedì dall’uscita di scuola sino al lunedì mattina con l’altro, alternativamente. Come al solito, poi, si prevede che il piccolo trascorrerà le feste alternativamente con la mamma e con il papà.

Mantenimento diretto
Le particolari modalità di collocazione del minore, stabilite dai coniugi in sede di separazione e omologate dal Tribunale, si riflettono anche nell’obbligo di mantenimento del figlio, che avverrà in maniera diretta: ciascuno dei genitori, infatti, è chiamato a fornire vitto e alloggio nel tempo in cui avrà il figlio con sé e a coprire anche ogni spesa legata alla convivenza. Le parti, poi, concorreranno al 50% alle spese straordinarie e non prevedibili (Avv. Valeria Zeppilli)

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GIOCHI, IL GOVERNO RIORDINA IL SETTORE TOGLIENDO I POTERI AI COMUNI

Troppe ombre e poche luci sulla bozza governativa di riordino del settore giochi, presentata dal Governo agli enti locali. Lo afferma il Codacons, che denuncia in particolare come i Comuni siano stati privati dei poteri di intervento in materia.

“La bozza, che sembra essere stata redatta in gran segreto e senza previa consultazione con le associazioni che fanno parte dell’Osservatorio contro il gioco d’azzardo, prevede che gli enti locali possano agire in deroga al decreto solo in casi di grave emergenza e  solo d’Intesa con i Monopoli di Stato, ma non è chiaro sulla base di quale criterio debbano essere valutate le “situazioni emergenziali di pericolosità” citate dalla bozza – spiega il presidente Carlo Rienzi – Altro aspetto fortemente critico e che pone il provvedimento in netto contrasto con i Comuni, è quello relativo alla distanza minima di 150 metri delle sale da SerT,  scuole  e  luoghi  di  culto. Tale misura si applica però solo alle sale di nuova creazione, ed esclude altri luoghi di aggregazione altrettanto sensibili (centri anziani, ospedali, ecc.). Non solo. La distanza minima di 150 metri può andare bene in un piccolo comune, ma non è certo sufficiente in grandi città come Roma, la cui amministrazione non a caso si era attivata prevedendo il limite di 500 metri” – prosegue Rienzi.

“Il rischio è che gli enti locali, in cambio delle risorse promesse dal provvedimento, accettino un decreto che toglie loro poteri e non aiuta in modo deciso la lotta al gioco d’azzardo e alla ludopatia, lasciando ancora troppa libertà alla lobby dei giochi” – conclude il presidente Codacons

ENERGIA: TRUFFE E PROBLEMI DEL MERCATO ELETTRICO POTREBBERO ESSERE RADICALMENTE RISOLTI DALL’UTILIZZO DELLA CRIPTOGRAFIA BLOCKCHAIN

Dal trentennale di CODICI emerge la soluzione per fermare definitivamente la piaga delle truffe e dei contratti non richiesti oltre che ridurre del 30% subito il costo della bolletta per gli utenti.

L’11 maggio scorso, in occasione del trentennale dell’associazione Codici, si è tenuto a Roma un tavolo di discussione sul tema del futuro dell’energia e sull’impatto che avrà la tecnologia in questo settore. Alla discussione del Tavolo energia, hanno preso parte: Simone Mori (Elettricità Futura), Alberto Biancardi (AEEGSI), Aldo Arcangioli (Power Station), Filippo Ghirelli (Genera Group), Giovanni Ferrari (RCI), Davide Crippa (On. Deputato M5S) e l’Europarlamentare Dario Tamburrano (in collegamento da Bruxelles).
Il tavolo ha ampiamento discusso sulle potenzialità che la BlockChain potrebbe avere anche nella filiera elettrica nazionale. Banche dati, bonus energia e gas, misurazione, lettura, disppacciamento , fonti rinnovabili, mobilità elettrica e trading: tutte queste aree potrebbero fortemente essere impattate dalla tecnologia BlockChain.

Per Codici è ormai evidente come possibile soluzione anche al problema dell’insopportabile peso delle bollette, che niente hanno a che fare con il prezzo del gas e dell’energia finale, la blockchain, tecnologia derivante dalla criptografia, la stessa logica alla base della moneta elettronica. Alla luce delle analisi d’impatto condotte sui costi in bolletta, questa tecnologia potrebbe ridurre del 30% il costo della bolletta dell’energia (vale a dire che il consumatore risparmierebbe circa 30 euro su ogni 100 euro che si trova costretto a pagare) in quanto eliminerebbe l’intermediazione di soggetti inutili e costosi che frenano lo sviluppo reale del settore. Si potrebbe ad esempio fare a meno dell’Acquirente Unico e della sua banca dati SII , nonché delle procedure di acquisto di energia, del GSE (Gestore dei Servizi Energetici), i soggetti che si occupano di distribuzione e misura potrebbero essere riorganizzati e resi più efficienti, e non per ultimo non ci sarebbe bisogno di un intervento regolatorio massivo e spesso tardivo come quello dell’Autorità di settore (Aeegsi).
Pertanto Codici dichiara che non è interessata alla sciocca discussione tra mercato libero e mercato tutelato, ma auspica che politica e parlamento promuovano questo innovativo metodo di disintermediazione per risolvere tutti i problemi del settore e andare verso una nuova era energetica.
“Non siamo per nulla visionari, siamo pratici” ha dichiarato il moderatore della discussione Luigi Gabriele ” siamo consapevoli di questo settore e delle sue potenzialità. Il problema non è né il mercato libero né quello tutelato, bensì l’intermediazione che genera costi che nulla hanno a che vedere con il prezzo delle materie prime e che gravano sulle spalle dei consumatori. Facciamo un appello a tutte le start up internazionali che si occupano di Blockchain affinché si impegnino per individuare in Italia tutte le possibili soluzioni per eliminare le intermediazioni, a beneficio di tuta la filiera”

SETTIMANA DELLA CELIACHIA, ECCO I DATI DELLA SITUAZIONE ITALIANA

In questi giorni si sta svolgendo la Settimana Nazionale della Celiachia, iniziativa volta ad informare e sensibilizzare l’opinione pubblica in merito ad una patologia che interessa milioni di persone in tutto il mondo. La celiachia è infatti la più frequente intolleranza alimentare a livello globale, con un’incidenza media pari circa all’1%. L’unica cura al momento esistente è rappresentata dalla dieta senza glutine, pertanto la celiachia pone delle problematiche non solo relative alla salute dei soggetti interessati ma anche di ordine sociale ed economico.

Ricordiamo che le regioni erogano dei contributi economici ai pazienti celiaci, nella maggior parte dei casi sotto forma di buoni. Dalla I Indagine Federconsumatori sulla celiachia in Italia è emerso un quadro fortemente sfaccettato e disomogeneo, anche perché la normativa nazionale in materia lascia alle amministrazioni locali un ampio margine di discrezionalità: ogni regione adotta non solo importi differenti ma anche diverse modalità di erogazione e distinte condizioni di spendibilità delle somme (in farmacie, supermercati e negozi specializzati). A ciò si aggiunge la consistente differenza tra i prezzi dei prodotti senza glutine venduti al supermercato e quelli in vendita presso farmacie e negozi specializzati: acquistare questi alimenti nei punti vendita della grande distribuzione può essere molto conveniente ma solo in alcune regioni è possibile spendere il contributo in supermercati e ipermercati. Molte regioni, inoltre, erogano importi diversi per uomini e donne.

La Settimana Nazionale della Celiachia ci offre l’occasione per ribadire l’urgenza di una modifica della normativa vigente per ampliare la spendibilità dei buoni, per consentire un frazionamento della spesa in tempi ed esercizi commerciali diversi e soprattutto per rendere omogeneo il quadro della situazione a livello nazionale.

“Il quadro è decisamente troppo variegato e in molti casi le persone affette da questa patologia riscontrano molte difficoltà pratiche nell’utilizzo dei contributi regionali. E’ necessario e urgente apportare modifiche sostanziali alla normativa vigente, per migliorare in misura significativa la qualità della vita ai pazienti celiaci” – dichiara Rosario Trefiletti, Presidente Federconsumatori.

AUTO USATE: IL MERCATO ONLINE È PIENO DI PRATICHE INGANNEVOLI

Dopo molte segnalazioni e un lavoro di ricerca durato diversi mesi, la Federconsumatori ha condotto un’indagine sulle principali piattaforme di e-commerce dedite in Italia alla vendita di auto usate.

L’indagine è volta nel dettaglio a verificare il rispetto da parte dei siti di vendita degli obblighi in tema di informazione precontrattuale del consumatore, corretta pubblicizzazione dell’esistenza e delle caratteristiche della garanzia legale di conformità, nonché della possibilità di recesso prevista in favore dei consumatori). Le problematiche in questione sono state oggetto anche di due puntate della trasmissione televisiva “Mi manda Rai tre” che hanno evidenziato l’aumento progressivo del mercato della vendita di auto usate (determinatosi anche per effetto della crisi economica) e le difficoltà per i consumatori di accedere concretamente nella fase di post-vendita alla garanzia legale annuale prevista dal Codice del Consumo per la vendita di prodotti usati.

Il mercato delle auto usate nel 2016 risulta essere in forte crescita di anno in anno: a fronte di un totale di auto nuove vendute annue di 1.848.778 circa il 18,9%, ovvero 431.142 autovetture, sono cosiddette auto “Km 0”, mentre il totale di auto usate vendute nell’anno 2016 ammonta a circa 282.0386 (fonte ACI e PRA).

Il comparto dei concessionari che operano nel settore delle auto usate risulta essere molto vasto e in aumento in forza del fenomeno della vendita e pubblicizzazione on line delle autovetture, per un totale di circa 2.337 concessionari che fanno parte della rete ufficiale (fonte Federauto) e ben circa 9.000 e più concessionari operanti nel settore e non aderenti invece ad alcuna rete ufficiale.

L’indagine condotta dalla Federconsumatori ha evidenziato la generale “opacità” delle informazioni rese al consumatore sull’assistenza post-vendita dalle principali piattaforme di e-commerce dedite alla vendita di auto usate, la limitazione dell’estensione della garanzia di conformità da parte dei rivenditori, nonché la vendita di garanzie convenzionali pubblicizzate in maniera poco corretta e volta a ingenerare potenziale confusione con la tutela apprestata dalla garanzia legale.

In articolare, a seguito dell’indagine condotta sono emerse le seguenti possibili violazioni, che si sottopongono all’attenzione dell’Antitrust:

–          Sistemi di prenotazione on line dell’autovettura ed omissioni di informazioni precontrattuali, ex art.49 del codice del consumo comma 1, lettere h) e n)

–          Pratiche commerciali ingannevoli ex art.23 comma1, lettera l) nella presentazione della garanzia che assiste il prodotto.

–          Azioni ingannevoli ex art.21, comma 1) lettera b) e/o omissioni ingannevoli ex art.22, comma 1 del codice del consumo, per il mancato richiamo nelle caratteristiche del prodotto offerto on line al contenuto della garanzia legale esistente nella vendita di beni usati e nell’assistenza post-vendita cosi garantite al consumatore.

–          Pratica commerciale ingannevole ex art.21 comma 1 lettera g in virtu’ della pubblicizzazione di forme di condizioni e limitazioni nell’accesso alla garanzia legale da parte del consumatore.

Individuando in queste probabili mancanze un illecito, la Federconsumatori ha inviato in data 16 maggio un esposto all’autorità Antitrust al fine di analizzare quanto da noi individuato nella ricerca effettuata, per imprimere una svolta regolatrice nel mercato online che ancora oggi è privo di una seria e corretta regolamentazione atta alla tutela del cittadino consumatore.

Superticket, Cittadinanzattiva: raccolte oltre 35mila firme di cittadini per l’abolizione

Oltre trentacinquemila firme per chiedere l’abolizione del superticket. Sono i numeri raggiunti in poco più di 6 mesi dalla petizione lanciata lo scorso anno da Cittadinanzattiva attraverso gli attivisti del Tribunale per i diritti del malato e la piattaforma change.org. “Sottoscrivendo la petizione, i cittadini hanno condiviso la necessità di una abolizione al più presto del super ticket che non è servito né ai cittadini né al Servizio Sanitario Nazionale”, commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato”. “È una tassa iniqua che ha alimentato le disuguaglianze, aumentato i costi delle prestazioni sanitarie, gravando ancor più sulle tasche delle persone che sempre più spesso rinunciano a curarsi, pur avendone bisogno. E non ha rimpinguato le casse del SSN, anzi paradossalmente le ha impoverite, spingendo i cittadini, snervati dai costi maggiorati e dalle lunghissime liste d’attesa, ad andare nel privato, che spesso diventa persino più conveniente per alcune prestazioni, come gli esami del sangue. Quella che doveva essere una manovra transitoria e straordinaria, a distanza di 5 anni dalla Legge Finanziaria del 2011 che l’ha introdotta, è diventata invece la normalità“.

Con queste motivazioni, è stata recapitata oggi al Ministro della Salute e al Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni una lettera per chiedere un incontro per la consegna ufficiale delle firme e un coinvolgimento delle organizzazioni di cittadini e di pazienti al Tavolo interministeriale che sta lavorando alla revisione della normativa sui ticket.

A dimostrazione del duplice effetto negativo generato dai ticket, ci sono i dati ufficiali di Age.Na.S che oltre a registrare una diminuzione degli introiti da ticket del 9,4% nel periodo 2012 -2015, individuano proprio nel super-ticket la causa di tale riduzione, in particolare per quanto riguarda la compartecipazione per prestazioni di specialistica ambulatoriale (- 2,1% nel 2014 e -1,9% nel 2015).

Anche le modalità di applicazione regionale del superticket sono fonte di disuguaglianza”, continua Aceti. Attualmente infatti ci sono quattro comportamenti diversi: chi non applica il superticket; chi applica 10 euro fisse su tutte le ricette per prestazioni diagnostiche e specialistiche; chi modula una quota aggiuntiva per ogni ricetta in base al reddito e chi invece modula rispetto al valore delle prestazioni in ricetta. Anche nella individuazione del reddito da prendere a riferimento ci sono comportamenti diversi: c’è chi usa il reddito familiare, chi l’ISEE.

È ovvio che i cittadini chiedano che questa tassa odiosa sia abolita. Dal canto nostro, abbiamo scritto a Ministero della Salute e Conferenza delle Regioni che proprio in questi giorni stanno lavorando alla revisione delle norme sui ticket, per chiedere che agiscano concretamente con l’abrogazione del superticket di 10 euro e che lo facciano coinvolgendo anche le organizzazioni di cittadini. E non si pensi di compensare questa misura introducendo una nuova tassa, cioè il ticket sui codici verdi al Pronto Soccorso che, per definizione, sono situazioni da gestire appropriatamente in PS”.

Secondo il parere dell’associazione, per abrogare il superticket occorrono 834 milioni di euro, ma secondo alcuni approfondimenti ne basterebbero poco più di 500 milioni. I fondi potrebbero essere recuperati, propone Cittadinanzattiva, attraverso finalizzazioni di quote parte di fondi che entrano nel SSN attraverso l’intramoenia; risparmi conseguenti alla riorganizzazione della rete ospedaliera; risorse derivanti dal pay back; risparmi derivanti dal superamento delle duplicazioni di centri e procedure decisionali; risparmi sulla medicina difensiva conseguiti attraverso l’implementazione della nuova legge sulla responsabilità professionale; promozione dell’appropriatezza clinica e organizzativa; selezione sulle innovazioni tecnologiche che servono davvero; risparmi conseguiti attraverso l’uso di farmaci equivalenti e biosimilari; risorse derivanti dal contrasto a inefficienze, sprechi e corruzione; risparmi nel settore non sanitario, agendo su: consulenze esterne delle Regioni che valgono 800 milioni di euro all’anno; taglio dei vitalizi ai consiglieri regionali; trasferimenti alle aziende municipalizzate regionalizzate e provincializzate che costano 3,3 miliardi di euro ogni anno

Il Disegno di Legge sulla tortura, bocciatura collettiva: “Irricevibile e impresentabile”

Un disegno di legge irricevibile, impresentabile, difficilmente applicabile se venisse confermato dalla Camera. Viene bocciato sonoramente dalla società civile, dalle associazioni di tutela dei diritti umani, dal suo primo firmatario, il disegno di legge sulla tortura approvato ieri al Senato, che ora torna alla Camera dei deputati. Luigi Manconi, senatore Pd, che da anni si batte perché l’Italia abbia una legge sul reato di tortura, si è rifiutato di votare il testo che è uscito dall’Aula. “Non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio”, ha spiegato Manconi.

Rispetto alla prima versione presentata nel 2013, il ddl ha subito tanti di quei rimaneggiamenti da diventare inapplicabile e pieno di difetti. Rispetto alla prima versione “il testo della legge – sintetizza Cittadinanzattiva – ha subito pesanti rimaneggiamenti che gradualmente ne hanno svuotato e depotenziato i contenuti, attraverso un iter parlamentare lungo e tortuoso. Ed il risultato è a questo punto irricevibile”.

Le motivazioni per cui il testo viene bocciato stanno tutte nella nota che Manconi ha diffuso per spiegare il suo mancato voto. “Non ho partecipato al voto sull’introduzione del delitto di tortura nel nostro ordinamento perché lo considero un brutto testo – scrive in una nota Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani a Palazzo Madama – E la scelta di non votarlo è per me particolarmente gravosa visto che del disegno di legge che originariamente portava il mio nome, depositato esattamente il primo giorno della presente legislatura, non rimane praticamente nulla. Innanzitutto perché il reato di tortura viene definito comune e non proprio, come vogliono  invece tutte le convenzioni internazionali dal momento che si tratta di una fattispecie propria dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio. Derivante, quindi, dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino. Inoltre, nell’articolato precedente, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero “reiterate”. Questa formula è stata sostituita nel testo attuale da “più condotte”. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una sola pratica di water boarding) potrebbe non essere punito”.

Non finisce qui. Prosegue Manconi: “Ancora, la norma prevede perché vi sia tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima? Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà, o comunque loro affidate, quando invece è solo l’individuazione e la sanzione penale di chi commette violenze e illegalità a tutelare il prestigio e l’onore dei corpi e della stragrande maggioranza degli appartenenti”.

Non a caso, il testo uscito da Senato è bocciato da chi si occupa di diritti. Cittadinanzattiva parla di un testo “irricevibile”. “A fronte delle ripetute censure della Corte Europea per i Diritti umani, delle iniziative e degli appelli delle organizzazioni della società civile, da ultimo quello che abbiamo lanciato al Ministro Orlando assieme ad Amnesty International e ad Antigone, ed a distanza di 29 anni dalla ratifica della Convenzione ONU contro la tortura, il testo approvato rappresenta un compromesso inaccettabile e totalmente deludente – commenta Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva – Perché ci sia tortura, si richiede che la vittima abbia subito un trauma psichico verificabile, perché il fatto sia punibile si pretende che le violenze siano esercitate attraverso più condotte; resterebbero esclusi invece atti violenti singoli che non integrerebbero il reato. Difficile dunque l’interpretazione della norma, difficile e limitata la sua possibile applicazione. Ancora una volta, su un tema che ha direttamente a che vedere con la salvaguardia dei diritti umani ed al contempo con le stesse radici della democrazia prevalgono scelte di sudditanza della politica alla parte più retriva ed antidemocratica delle forze di polizia e delle loro rappresentanze sindacali. Come abbiamo sempre sostenuto, solo l’approvazione di una legge efficace e coerente con le previsioni della Convenzione delle Nazioni Unite, lungi dall’essere una “legge contro la polizia”, tutelerebbe l’interesse delle forze dell’ordine assieme a quello di tutti i cittadini”.

Molto nette sono anche Amnesty International Italia e Antigone, per le quali se la legge venisse confermata dalla Camera sarebbe “difficilmente applicabile”. Spiegano le due sigle: “Il limitare la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo e a circoscrivere in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura mentale è assurdo per chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno della tortura nel mondo contemporaneo, nonché distante e incompatibile con la Convenzione internazionale contro la tortura. Con rammarico prendiamo atto del fatto che la volontà di proteggere, a qualunque costo, gli appartenenti all’apparato statale, anche quando commettono gravi violazioni dei diritti umani, continua a venire prima di una legge sulla tortura in linea con gli standard internazionali che risponda realmente agli impegni assunti 28 anni fa con la ratifica della Convenzione.

Parlamento Ue: si potranno guardare film e TV online dall’estero

Nuovo importante passo avanti nella realizzazione del mercato unico digitale in Europa. Il Parlamento Ue ha infatti stabilito nella votazione di oggi che i cittadini UE che hanno sottoscritto abbonamenti online per film, eventi sportivi, musica e serie TV potranno accedere a questi contenuti durante un soggiorno all’estero in un altro paese UE. Secondo un sondaggio della Commissione nel 2016 il 64% degli europei ha usato internet per accedere o scaricare videogiochi, immagini, film o musica (in Italia il 54,7%). Molti si aspettano di poterlo fare anche mentre viaggiano nell’UE.

Questi numeri dovrebbero crescere visto che gli europei pagheranno di meno per accedere a internet sui loro dispositivi mobili negli altri stati UE a partire dal 15 giugno 2017, quando finiranno i costi del roaming internazionale nell’UE.

Attualmente, i cittadini che visitano un altro Paese UE spesso non possono accedere a servizi e contenuti online, come film, serie TV, musica, videogiochi ed eventi sportivi, anche se pagano un abbonamento nel loro Paese d’origine.

Le nuove regole approvate in via definitiva dal Parlamento e già concordate con il Consiglio a febbraio 2017, rimuoveranno le restrizioni esistenti in modo che i cittadini UE potranno accedere a servizi come Netflix, HBO Go, Amazon Prime, Spotify, Deezer mentre sono in un altro Paese UE per vacanze, studio o lavoro.

I fornitori di servizi con contenuti online potranno prendere misure “efficaci e ragionevoli” per verificare che l’abbonato non si è trasferito definitivamente in un altro paese UE, poiché le licenze sui diritti d’autore possono essere diverse da un paese all’altro. Tra i metodi di verifica consentiti ci sono il controllo della carta d’identità, dei dettagli di pagamento, delle informazioni fiscali pubbliche, delle informazioni postali o dell’indirizzo IP. Gli operatori devono garantire tuttavia che qualsiasi trattamento di dati personali sia proporzionato allo scopo e devono introdurre delle tutele, specialmente per i controlli degli indirizzi IP.

Le nuove norme riguarderanno solo i servizi a pagamento online, ma i fornitori di servizi gratuiti avranno la possibilità di rendere i propri contenuti disponibili in tutta l’UE, a condizione che soddisfino i requisiti relativi ai controlli di residenza.

“I cittadini europei attendevano queste nuove norme, che rappresentano un passo verso un mercato digitale comune. Queste nuove norme aumentano la mobilità e garantiscono la portabilità agli utenti dei contenuti online europei, senza pregiudicare il diritto d’autore”, ha dichiarato il relatore Jean-Marie Cavada (ALDE, FR) (HC)

Vaccini, via libera del Consiglio dei Ministri all’obbligo per asili nido e scuole materne

I vaccini saranno obbligatori nella fascia d’età da 0 a 6 anni, per l’iscrizione a nidi e scuola materna. Lo ha deciso ieri il Consiglio dei ministri, che ha dato via libera al decreto legge che introduce l’obbligatorietà della vaccinazioni per nidi e asili. I vaccini obbligatori saliranno da quattro a dodici. Ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Ci troviamo di fronte alla costatazione del fatto che negli anni la mancanza di misure appropriate e il diffondersi negli ultimi mesi di teorie antiscientifiche ha provocato l’abbassamento dei livelli di protezione”. Saranno resi obbligatori una serie di vaccini che finora erano raccomandati, come quello contro il morbillo.

Saranno in tutto 12 i vaccini obbligatori. Il provvedimento approvato prevede che le vaccinazioni obbligatorie saliranno da quattro a 12: riguarderanno i vaccini contro polio, difterite, tetano, epatite b, pertosse, emofilo b, meningococco b e c, morbillo, rosolia, parotite e varicella. 

Per le scuole dell’obbligo ci sarà una sanzione pecuniaria. Se il bambino non sarà in regola con le vaccinazioni, verrà messo sotto osservazione, e se non è mai stato vaccinato la scuola dovrà fare una segnalazione alla Asl, che dovrà contattare la famiglia. Che rischia una sanzione. “Per la scuola dell’obbligo la mancanza di documentazione sui vaccini produrrà da parte dell’autorità scolastica sanzioni dalle dieci alle trenta volte maggiori di quelle esistenti”, ha detto Gentiloni.

Ma quali sono nel dettaglio le novità in tema di vaccini? Lo spiega il Ministero della Salute in dieci punti.

1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (età 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, le seguenti vaccinazioni:

anti-poliomelitica;

anti-difterica;

anti-tetanica;

anti-epatite B;

anti-pertosse;

anti Haemophilusinfluenzae tipo B;

anti-meningococcica B;

anti-meningococcica C;

anti-morbillo;

anti-rosolia;

anti-parotite;

anti-varicella.

2) Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta.

3) In caso di violazione dell’obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 500,00 a euro 7.500,00. Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende Sanitarie.

4) Anche nella scuola dell’obbligo, il dirigente scolastico è tenuto a segnalare alla ASL competente la presenza a scuola di minori non vaccinati. La mancata segnalazione può integrare il reato di omissione di atti d’ufficio punito dall’art. 328 c.p.

5) Il genitore o l’esercente la potestà genitoriale sul minore che violi l’obbligo di vaccinazione è segnalato dalla ASL al Tribunale dei Minorenni per la sospensione della potestà genitoriale. Il Ministero della Salute precisa però che non è prevista alcuna sospensione automatica della patria potestà  da parte dei tribunali dei minori in caso di rifiuto di vaccinazione

6) Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell’infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 5 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all’obbligo vaccinale.

7) Anche nella scuola dell’obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.

8) Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.

9) A decorrere dal 1° giugno 2017 il Ministero della salute avvia una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull’importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute.  Nell’ambito della campagna, il Ministero della salute e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca promuovono, dall’anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori.

10) Le misure del decreto entrano in vigore dal prossimo anno scolastico. (help C.)

Cyberbullismo: approvato il disegno di legge che punta a contrastare il fenomeno

Un’approvazione attesa da lungo tempo, quella che ha finalmente ottenuto il disegno di legge che punta a contrastare il fenomeno del cyberbullismo. Ieri, infatti, l’Aula della Camera ha espresso il suo “Sì” definitivo, concludendo il cammino di una legge tanto attesa. Il testo è stato approvato a Montecitorio all’unanimità: 432 favorevoli ed una sola astensione. L’iter della legge era iniziato nel 2014 su proposta della Senatrice Elena Ferrante, ex insegnante di Carolina Picchio, una ragazza di 15 anni che, dopo essere stata violentata da un gruppo di compagni non ha retto il supplizio di veder condiviso sui social e sul web il video che la ritraeva e si è tolta la vita.

Dopo un primo esame al Senato, il testo del ddl era passato nel 2015 alla Camera. Qui aveva subito diverse modifiche: una serie di emendamenti spostavano il proposito della legge dalle violenze perpetrate sulla Rete al bullismo in tutte le sue manifestazioni. Inoltre, le modifiche introducevano la possibilità di oscurare i contenuti lesivi anche per i maggiorenni ed erano state introdotte norme penali. In molti non hanno apprezzato i cambiamenti, così, durante la nuova discussione in Senato, il testo è stato riportato alla sua forma originaria che è stata poi approvata in via definitiva dalla Camera.

Una prima importante novità è la definizione del fenomeno del cyberbullismo. L’ordinamento italiano intende con tale fenomeno “ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori. A ciò si aggiunge la diffusione di contenuti online (anche relativi a un familiare) al preciso scopo di isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo”.

Il minore di 14 anni che è vittima di cyberbullismo può chiedere al gestore del sito internet o del social media o al titolare del trattamento di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in rete. Se non si provvede entro 48 ore, l’interessato può rivolgersi al Garante della privacy che interviene direttamente entro le successive 48 ore. Dalla definizione di gestore, che è il fornitore di contenuti su internet, sono esclusi gli access provider, i cache provider e i motori di ricerca.

Oltre a questo, un ruolo fondamentale nel contrasto al fenomeno è dato alla scuola, luogo in cui i ragazzi trascorrono buona parte della loro giornata e che quindi rappresenta un’importante agenzia educativa.

In ogni istituto tra i professori sarà individuato un referente per le iniziative contro il cyberbullismo. Al preside spetterà informare subito le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo informatico e attivare adeguate azioni educative. L’obbligo di informazione è circoscritto ai casi che non costituiscono reato. Più in generale, il Ministero del’Istruzione ha il compito di predisporre linee di orientamento di prevenzione e contrasto puntando sulla formazione del personale scolastico, la promozione di un ruolo attivo degli studenti e la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti, mentre ai singoli istituti è demandata l’educazione alla legalità e all’uso consapevole di internet. Alle iniziative in ambito scolastico collaboreranno anche polizia postale e associazioni territoriali.

In caso di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali via web, fino a quando non vi sia una querela o denuncia la legge sul cyberbullismo ricalca la linea di quanto previsto per lo stalking. Il “cyberbullo” perciò potrà essere formalmente ammonito dal questore che lo inviterà a non ripetere gli atti vessatori. Insieme al minore sarà convocato anche un genitore. Gli effetti dell’ammonimento cessano al compimento della maggiore età.

L’approvazione definitiva del ddl sul cyberbullismo è un risultato importante e atteso da tempo”, ha commentato il Garante per la Privacy, Antonello Soro. Particolarmente positiva, secondo il Garante, è la scelta di coniugare approccio preventivo e riparatorio, grazie alla promozione dell’educazione digitale e alla specifica procedura di rimozione dei contenuti lesivi della dignità del minore.

L’Autorità si impegnerà a svolgere l’importante funzione di garanzia assegnatale dalla legge anche in questo contesto. È infatti fondamentale garantire la tutela di una generazione tanto più iperconnessa quanto più fragile, se non adeguatamente responsabilizzata rispetto all’uso della rete. Confidiamo che ai nuovi compiti corrispondano nuove indispensabili risorse umane”, ha concluso Soro (help C.)